Tre mesi all’ora X - capitolo 12


Botti di fine anno

È la tradizione. Indiscutibile. Irrinunciabile.

Sono i botti di fine anno, cioè i fuochi d’artificio con i quali si allontana l’anno vecchio o il tempo passato e insieme tutto quanto di brutto vogliamo spazzare via. O almeno, si dice, per questo furono inventati i fuochi artificiali parecchie centinaia di anni fa, probabilmente usati per la prima volta in Cina. Per la verità a Torino il giorno dei fuochi è in giugno, la festa di San Giovanni, quando la sera sul fiume si scatenano gli artificieri con botti, luci di tutti i colori e scie luminose che si innalzano nel cielo. Non voglio ergermi a paladino di uccelli e animali vari, a partire da cani e gatti che per almeno un’ora fuggono terrorizzati in tutte le direzioni. Per non parlare di quel piacevole profumo pungente che si incanala per le narici del naso e nei polmoni anche a distanza. Trovo i fuochi artificiali sostanzialmente una diseducativa cazzata spacciata per festa. Il centro della città lungo il fiume viene per alcune ore paralizzato dalle auto e avvolto in una nuvola di fumi, come se non bastassero quelli presenti negli altri giorni dell’anno. Con in aggiunta il noto susseguirsi di scoppi assordanti. Diversamente dal giorno di San Giovanni i botti di fine anno sono anche distribuiti per tutto il resto della città. Casa per casa, terrazzo per terrazzo, strada per strada ognuno dà il suo personale contributo alla cazzata. Qualcuno particolarmente patriottico cede alla festa un occhio, qualche dito della mano, o anche peggio. Possibile che non ci sia un altro modo di festeggiare?

Questo poi è un fine d’anno speciale perché finisce anche il secolo e addirittura il millennio; quindi si prevede una serata di fuochi speciali nei pressi della Mole Antonelliana e una grande serata musicale, chiamata Millenium, con Gianna Nannini in Piazza Vittorio. Grandi concerti anche nelle altre città: a Milano arriva Zucchero, a Napoli il sindaco Bassolino ha chiamato Lucio Dalla e Nino D’Angelo, a Palermo Orlando ha ingaggiato Jovanotti. Si prevede decine di migliaia di persone in ogni piazza. In fin dei conti è arrivata l’ora X anche se per la verità la fine del millennio matematicamente sarebbe fra dodici mesi. Sembra che sia tutta colpa di quei seguaci di Gesù Cristo che quando cominciarono a contare gli anni dalla sua presunta nascita cominciarono da uno invece che da zero. Comunque, la cosa non è in discussione: il 31 dicembre 1999 finisce il millennio, anche se non è precisamente così.
Tutti sembrano avere fretta di segnare la svolta: del passaggio dal numero uno al due sul calendario, del superamento del secolo delle due guerre mondiali, del nuovo secolo fuori dalla guerra fredda e da quella calda possibile e scampata fra USA e URSS. Svolta il secolo del Comunismo fatto Stato. Adesso l’URSS non c’è più e quindi possiamo stare tranquilli, almeno così dicono in tanti. La scadenza per molti segna magari solo la speranza di una svolta nella propria vita, per altri, quelli che hanno già una bella età, la soddisfazione di esserci arrivati all’anno 2000. 

Per me l’ultimo dell’anno invece è il giorno, quest’anno un bel venerdì, in cui puntualmente alle otto del mattino, massimo alle otto e un quarto, si inizia la giornata con il telefono che squilla. “Ciao piccolo...! “ E’ naturalmente Marta che, malgrado i suoi cinquant’anni incombenti e i suoi impegni giornalistici, teatrali, istituzionali, dai quali per la verità mi sento sempre più lontano, non ha perso l’abitudine di telefonarmi alle ore più strane, con la giustificazione che più tardi io, non lei, sarei di certo indaffarato e irraggiungibile. Siamo diventati molto diversi per percorsi e scelte, quasi capovolgendo le nostre posizioni. Paradossalmente lei è diventata oggi una moderata mentre io resto un radicale intransigente, ma è rimasto dal 1968 questo singolare legame mai definito fino in fondo. Secondo lei sono un uomo raro e insostituibile, l’unico che a vent’anni si è addormentato al gelo in una vecchia auto Renault 4 lungo un torrente nelle campagne francesi alle tre di notte, dopo averla raggiunta in un paesino abbandonato della Francia, abbarbicato al suo maglione di lana sotto un sacco a pelo e con le mani sulle sue tette senza neppure provarci. E neppure l’ho abbandonata al suo destino per un anno in un carcere popolato da irriducibili combattenti per il proletariato. Praticamente sono trenta anni che mi coglie per prima all’alba di fine anno, mi racconta velocemente le sue tumultuose novità, mi fa gli auguri, mi saluta e se ne va.  

Ormai definitivamente sveglio decido di evitare altri possibili trilli telefonici e sinceri auguri. Ho sentito ieri pomeriggio Valentina al telefono appena arrivata in India e adesso è probabilmente per loro l’ora di pranzo.  Così mi affretto ad uscire rapidamente di casa per fare colazione in qualche bar. Il centro della città è abbondantemente frequentato da nugoli di persone che si aggirano forse per gli ultimi regali o per gli ultimi auguri del mattino a chi non avranno la possibilità di vedere nel cenone della sera. Mi incammino verso il fiume e verso la collina per le stradine secondarie un po’ meno popolate e solo all’ultimo mi rendo conto che sono finito nella piccola piazza della mia chiesetta, dove mi rifugiavo a vent’anni a leggere libri in tranquilla solitudine e dove nel 1968 ho conosciuto suor Angela. Sento questo posto davvero un po’ mio ed è qui che mi rifugio spesso ancora oggi. Da ormai trent’anni non ho più notizie di suor Angela. Le suorine che con lei accudivano alla chiesetta e alle funzioni, due anni dopo la sua partenza per l’America Latina nel famoso viaggio del Papa in visita ai sacerdoti in rivolta, mi riferirono che molto probabilmente non sarebbe più tornata. 

Quando il micio che suor Angela mi aveva lasciato in custodia morì tranquillo di vecchiaia sul mio divano, non sapendo peraltro dove portarlo mi sembrò naturale andare a chiedere alle suorine il permesso di seppellirlo in un angolo nascosto fra le siepi del giardino che circonda la chiesetta. All’inizio mi guardarono un po’ stupite ma una di loro testimoniò che in effetti si trattava del gatto a cui accudiva suor Angela e così infine incredibilmente mi consentirono di seppellirlo con discrezione in un angolo del giardino. Dopo parecchi anni, almeno dieci, in uno dei miei periodici pellegrinaggi alla chiesetta mi accorsi che il gruppo di suorine era cambiato o almeno era cambiata la loro divisa. Quelle nuove, data la mia scarsa dimestichezza con le gerarchie e suddivisioni del clero non avevo chiaro chi fossero, mi confermarono che erano di un altro ordine ed alla mia richiesta di nuove notizie su suor Angela quella che sembrava essere la più alta in grado e la più anziana, incuriosita per la mia domanda, accertato chi fossi e la mia storia mi spiegò che dalle precarie notizie ricevute suor Angela era da poco mancata all’improvviso in Colombia e rispettando le sue precise volontà era stata tumulata in un piccolo paese dell’interno dove operava da qualche anno.
Il ricordo della sua scomparsa non mi ha certo favorito un miglioramento dell’umore. Era già mesto per le preoccupazioni di cui Valentina mi ha reso partecipe nella sua lettera a riguardo delle tensioni che incombono sulla tranquilla convivenza nel loro villaggio. 

Parecchio intristito torno a casa per il pranzo, che preparo in ritardo e svogliatamente perché non ho per niente fame, ed al momento di mangiare puntale squilla il telefono. Metto da parte una parolaccia che userei per rispondere, non tanto per l’interruzione del pranzo ma perché non sono proprio dell’umore giusto per ricevere altri eventuali auguri di Buon Anno. Invece è Vincenzo, una delle poche persone che, con la sua ordinaria e consueta concitazione nel raccontarti le sue ultime avventurose attività musicali in giro per il mondo, riesce a mettere di buon umore anche un depresso acuto. È nel nord della Francia e proprio ieri malgrado l’inverno il suo gruppo ha avuto un clamoroso successo con uno spettacolo all’aperto sulle larghe spiagge dalle parti di Deauville e Trouville in Normandia. Vincenzo mi racconta che è stato un grande successo di pubblico che ha seguito lo spettacolo in un mite tramonto di fine anno con il cielo azzurro, una luce splendida del sole al tramonto e i gabbiani che dall’alto garrendo e stridendo eccitati seguivano stupiti Lara che suonava al violoncello una sua personale versione di piccoli brani dei Nocturnes per pianoforte di Chopen. Sa solo lei come ci riesce. Il padre, naturalmente al suo inseparabile pianoforte, attaccava le Gymnopedies di Erik Satie mentre la loro stupenda ballerina in lontananza volteggiava su un pontile mentre sotto di lei la marea faceva salire gradualmente il livello del mare, sorprendentemente tranquillo malgrado la stagione. Non so se poi sono riusciti a recuperare la ballerina. Lara, che è accanto a lui al telefono e in quanto a simpatica pazzia promette bene come il padre, si unisce al racconto e aggiunge che non essendoci muri da buttar giù per portarmene un frammento, raccoglieranno e chiuderanno in una bottiglietta di vetro la sabbia di Honfleur, dove soggiornano, insieme a qualche nota dello spettacolo e qualche garrito dei gabbiani della costa di Francia, raccolti e mescolati insieme con una particolare magia artistica, per portarmi un piccolo ricordo dal loro viaggio.   
 
Il couscous con una goccia di olio, un pezzetto di burro, una zucchina bollita a pezzi e piccoli grani di formaggio parmigiano è una delizia che, fra quelle che conosco, è quella che volentieri riesco a mangiare di gusto in questa giornata un po’ smorta.
Continuo a pensare a questi rigurgiti di nazionalismi, di odi tribali e religiosi insieme tornati in campo, forse in realtà mai spenti per decenni ma quasi dimenticati dalle nostre drammatizzazioni occidentali fra bipolarismo e guerra fredda. Tensioni che proprio non mi aspettavo potessero tornare. So che in India e in tante altre parti del mondo hanno sempre covato sotto la cenere e anzi lì i semi dell’odio sono stati ben coltivati, a partire dalle tre guerre indo-pakistane per il Kashmir. Neanche Valentina si aspettava negli anni recenti il prevalere dei nazionalisti di destra al governo dell’intera India e che l’onda lunga arrivasse anche alle porte di casa. Il comunismo diventato Stato nell’est europeo, con le sue varianti asiatiche e in qualche altro paese del pianeta in fin dei conti è durato meno di ottanta anni. Mia zia ha vissuto quasi dieci anni di più. Con la dissoluzione di un muro pensavamo di svegliarci dall’incubo della guerra fredda e avviarci verso un radioso pianeta pacificato. Forse invece era solo un intermezzo che ci ha distratti. Un modo di vedere il pianeta attraverso il binocolo ristretto del nostro piccolo mondo dell’Europa o al massimo dell’Occidente. Anche le due guerre mondiali che si sono svolte in questo secolo in realtà forse sono arrivate da un'altra parte, da altre tensioni, da altri sciagurati protagonisti. La distruzione dell’ambiente che ci circonda, la disuguaglianza sociale che sembra aumentare nell’intero pianeta, la corruzione che permea lentamente e occupa tutti gli spazi vuoti. I germogli avvelenati dell’odio verso il tuo vicino. Ci sono nell’intero pianeta e non sembrano essere colorati di nessuna sfumatura particolare. Noi siamo solo al centro di una palude. Se invece di guardare in alto e volare via ci voltiamo a destra e a sinistra piano piano affondiamo e scivoliamo giù nella palude, con il tempo che passa e ci cancella. 

Decido di chiamare al telefono Angelica anche se ci siamo visti poco più di un mese fa. Malgrado abbia ormai superato i 40 anni ha sempre l’atteggiamento affettuoso e riservato di quando faceva la studentessa del Politecnico. Quando l’ho vista l’ultima volta mi ha accennato che aveva in programma di andare per lavoro negli Stati Uniti e forse in Canada entro pochi giorni. Lei possiede un piccolo ed efficiente telefono cellulare, comprato non so dove in giro per l’Europa, da tenere nella borsetta o comunque a portata di mano. È quindi rintracciabile a qualsiasi ora.
E infatti mi risponde subito, felice di potermi salutare per fine anno e subito pronta a raccontarmi di lei.  Sapevo già che il suo lavoro a Friburgo nel campo dei pannelli solari ed altri sistemi per produrre energia in modo pulito si è sviluppato molto nel tempo e da quanto mi ha raccontato occupa migliaia di persone in Germania ma si è molto meno espanso nel resto dell’Europa e dell’Occidente. Malgrado i mercati aperti e la cosiddetta globalizzazione, multinazionali del petrolio e altri soggetti occupano il campo e frenano molto l’espansione delle nuove tecnologie. A fine novembre Angelica è andata in California, dove l’interesse per i nuovi sistemi tecnologici è più avanti e poi ha raggiunto Seattle attraverso l’Oregon per partecipare alle manifestazioni di protesta che si sono svolte nei primi giorni di dicembre contro la Conferenza del WTO, l’Organizzazione Internazionale del Commercio. Il composito movimento che contesta la Conferenza critica l’esclusivo interesse economico che primeggia nelle scelte dei grandi protagonisti dell’economia mondiale. La critica principale del movimento è rivolta verso le multinazionali: paesi storicamente già arretrati sono messi in condizioni vergognose tramite pratiche quali lo sfruttamento minorile, la distruzione del territorio, fino al favoreggiamento di guerre locali, comprese quelle alimentate dal terrorismo. A volte vengono finanziate entrambe le parti, distruggendo economicamente interi Paesi, mettendoli in ginocchio tramite l’intervento di sistemi bancari offshore in grado di condizionare le scelte dei singoli governi verso politiche non sostenibili da un punto di vista ambientale ed energetico. 

Angelica argomenta con lucida semplicità le sue tesi e mi accenna di aver partecipato ai contro-forum che si sono svolti in parallelo alla Conferenza di Seattle e che hanno avuto una rilevante attenzione da parte dei media internazionali presenti. Contro i cosiddetti no-global vi sono stati anche pesanti interventi repressivi nei primi giorni della Conferenza quando migliaia di manifestanti ne hanno di fatto ritardato l’avvio circondando l’intera area riservata per i lavori ed impedendo alle delegazioni di raggiungere dagli alberghi la sede dell’incontro. Secondo Angelica è difficile capire dove andrà a finire questo movimento in realtà molto eterogeneo, frammentato e facilmente vulnerabile alle forme di estremizzazione, come ad esempio quella dei cosiddetti black bloc, comparsi anche a Seattle. Le loro azioni hanno come unico risultato, praticamente scontato, quello di isolare e indebolire il movimento e rendere più facili inevitabili forme di repressione. E’ una vecchia storia ma pochi sembrano capaci di imparare la lezione. Tuttavia, a lato delle proteste e manifestazioni ci sono stati anche momenti preziosi di dibattito in cui le esperienze più all’avanguardia possono essere fatte conoscere ad una platea più allargata dei soliti addetti ai lavori.

La telefonata con Angelica mi fa bene all’umore perché lei è sempre rilassata, riflessiva ma sorprendentemente lucida anche quando prende decisioni all’istante. La sua presenza a Seattle, lei che non è certo una estremista ma svolge un’attività concreta che guarda ad un futuro di alternativa, mi sembra una scelta importante per quello che mi trasmette con prudenza e senza alcuna esaltazione. Si può fare, si può essere nel posto giusto e al momento giusto senza fare grande rumore. Viviamo in una fine del secolo dove invece pare che la ragionevolezza vacilli.

Con la fine della guerra fredda non c’è stata neanche per un attimo la fine delle guerre, della violenza, della follia delle armi. Ci hanno un po’ presi in giro con il bipolarismo fra est e ovest. Una settimana fa dopo una breve crisi è nato il secondo governo D’Alema. Ma il periodo di 14 mesi del primo governo D’Alema è stato amaro per l’Italia e per l’intera Europa. La fine dell’Unione Sovietica non ha esaurito, anzi ha fatto esplodere tante crisi nel mondo. La ex Jugoslavia, una Federazione che era costituita da sei diverse repubbliche, sette lingue, quattro religioni, a quasi venti anni dalla scomparsa di Tito ha visto nel 1999 l’ultimo atto di un decennio di massacri fra serbi, croati, kossovari, albanesi, cristiani e musulmani. I bombardamenti in Serbia, Montenegro e Kossovo con gli aerei della Nato, partiti da casa nostra, hanno per un po’ risolto le cose con la nascita di un Protettorato Internazionale. I dieci partiti al sostegno del secondo governo D’Alema e i dieci contro hanno in realtà ben altre preoccupazioni. D’altronde a chi esattamente potremmo dare una qualche ragione e a chi il torto principale? Chi esattamente nell’epoca di fine millennio ha coltivato il germe andato a male del nazionalismo, dei mille frammenti di culture e religioni che scoprono all’improvviso l’impossibilità della convivenza? Una malattia che si diffonde nel mondo intero: in Europa come in India.

All’inizio degli anni ’70 Valentina decise di trasferirsi e vivere prevalentemente in India. Non solo per una singolare forma di attrazione per il paese dove aveva tentato di partecipare stabilmente a un gruppo di studio e meditazione e ad una esperienza di vita alternativa poi esauritasi malamente. Lì in fin dei conti era nata Hope e lei la aveva salvata strappandola alla morte in un vicolo buio. Si era trasferita in India anche perché non c’era niente in Italia e in Europa che la convincesse particolarmente a restare. In più occasioni mi aveva espresso il suo scarso credito verso una possibile Europa pacifica che si unisce in un’epoca nuova di pace e di libertà dopo l’esaurimento del Bipolarismo e della Guerra Fredda. Valentina ha così in buona parte schivato almeno dieci anni terribili e la stagione del terrorismo che in Italia ha avuto peso e durata ben maggiore che in qualunque altro paese dell’Occidente. Che in questo fine secolo e millennio tensioni sociali, forme deteriori di nazionalismo, di tensioni etniche e crisi ambientali tendano ad aumentare di importanza invece che a diminuire e arrivino in modo più virulento fino ad un piccolo villaggio del nordovest dell’India è per lei fonte evidente di delusione e preoccupazione, che ho percepito nell’ultima sua visita e poi compreso in modo più evidente dalla sua lettera. 

Proprio oggi, nell’ultimo giorno dell’anno, è stato annunciato che in Russia il Presidente della Federazione Russa Boris Eltsin si dimette dalla carica, di fatto annunciando mentre lascia il posto, quasi la Russia fosse una Monarchia, che il suo successore sarà Vladimir Putin. Quasi nessuno lo conosce e chi ha qualche informazione sommaria ricorda solo che è stato per molti anni un funzionario del servizio segreto sovietico, il KGB, lavorando parecchi anni a Berlino presso la STASI, i servizi segreti della Germania dell’Est prima del crollo. Saranno figure come queste che permetteranno il raggiungimento dei recenti obiettivi dell’ONU per i primi dieci-quindici anni del Millennio sulla Cultura di pace e gli Obiettivi di Sviluppo?
Decido di passare il pomeriggio in casa e cerco in TV, inutilmente e disperatamente, un film o un documentario o un concerto che mi affascinino ma non è prevista questa possibilità. Non so perché ma puntualmente a fine anno in attesa del conteggio finale di mezzanotte e dello spumante non è consentito vedere in Tv altro che banalità, vecchi film di scarsa qualità o quando va bene, show desolanti e ballerine sculettanti di qualche decennio fa tipo le sorelle Kessler, le due gemelle degli anni ’60 sensuali come il bromuro.

Siamo a metà pomeriggio e decido di godermi un bel film storico e magari impegnativo ma gradevole. Metto da parte La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo, che sembra più un terribile documentario che un film e torno a cinquanta anni prima con Lawrence d’Arabia. L’ho già visto più volte ma, sarà per Peter O’Toole, sarà per la musica di Maurice Jarre, sarà per il fascino delle scene sulla conquista di Aqaba, ma rivedo volentieri il film. Aqaba è forse un insignificante cittadina sul Mar Rosso, dove però sono stato dopo un lungo viaggio in macchina attraverso Turchia e Giordania provando una certa emozione, perché in certi momenti del passato quest’area a ridosso di Israele è sembrata il centro del mondo. Nel film la traversata del deserto del Nefud per attaccare i turchi ad Aqaba alle spalle invece che dal mare, con la ovattata colonna sonora che la accompagna si rivela letale e insuperabile, almeno per me, che forse mi addormento o forse rivedo ad occhi chiusi le scene che ricordo a memoria. Lawrence e i beduini assaltano i treni militari dell’Impero turco lungo le sterminate vie ferrate fra le dune dei deserti dell’Arabia. Da un archeologo e spia inglese e dalla provvisoria alleanza di alcune tribù arabe e beduine come gli Howeytat con l’Emiro Faysal, discendente di Maometto, che fino ad allora non si amavano particolarmente, sono nate l’Arabia Saudita e la Giordania di oggi e si è allontanato almeno per un po’ l’Impero ottomano dal Medio Oriente.

In una specie di dormiveglia ad occhi chiusi sento un assordante rumore, probabilmente è quello delle esplosioni della dinamite con cui Lawrence e i beduini fanno saltare i binari ferroviari per far deragliare i treni di vettovagliamento e di armi dell’esercito turco in viaggio lungo i deserti della penisola araba conquistata dall’Impero Ottomano. Ma il rumore per la verità non mi sembra esattamente quello. Socchiudo gli occhi nella penombra del salotto. Armeggio al buio con il telecomando alla ricerca del mio amico Lawrence ma il film è finito e mentre dormivo l’esercito ottomano è stato sconfitto, gli arabi hanno conquistato Damasco, il primo dei quattro califfati nati dopo la morte di Maometto, e in tutti i canali tv scoppiettano i tappi delle bottiglie di spumante, mentre scie luminose e rumorose salgono nei cieli di mezzo mondo, compresi quelli vicino casa mia. I bagliori dei lampi attraversano le tendine delle mie finestre sotto i portici e mi sembra di partecipare ad una battaglia. È arrivata l’ora X e siamo nel nuovo millennio. Steso sul divano mi tiro su la coperta per scaldarmi un po’ di più, coprendomi occhi e orecchie sperando di riprendere sonno.
Mah! Se almeno la smettessero di giocare con i botti ...  
 
*

Nel marzo 1999, dopo tre anni di conflitti interni fra i diversi paesi ed etnie della ex Jugoslavia hanno inizio i bombardamenti della Nato in Serbia, Montenegro e Kosovo con l’obiettivo di porre fine alla repressione della maggioranza albanese in Kosovo voluta dal presidente nazionalista serbo della Jugoslavia Slobodan Milosevic. Le azioni di bombardamento durate due mesi, partite dalle basi in Italia e approvate dal governo italiano (governo Dalema I e II) hanno portato ad alcune migliaia di morti ed alla costituzione di un Protettorato internazionale nell’area del Kosovo. Nei dieci anni di guerre nella Jugoslavia disgregata, iniziate nel 1989, vi furono almeno duecentocinquantamila morti. 

Nell’agosto 1999 inizia la seconda guerra cecena, detta guerra del Caucaso settentrionale, fra l’esercito della Federazione russa e i separatisti ceceni che nel 1994 avevano preso il controllo di gran parte della Cecenia con l’aiuto anche di vari gruppi guerriglieri della Jihād islamica. Iniziata da Eltsin e continuata da Putin la guerra è durata fino al 2009 con la sconfitta dei separatisti. Si stima in almeno cinquantamila il numero dei morti, numerosi anche all’interno della Russia.
Sempre nel 1999 sono avvenuti colpi di stato in Niger (aprile) Guinea-Bissau (maggio), Pakistan (ottobre) e Costa D’Avorio (dicembre) In maggio i bombardamenti dell’Etiopia in Eritrea hanno provocato quarantamila morti. 

Il 10 novembre 1998 l'Assemblea generale delle Nazioni Unite aveva proclamato il primo decennio del XXI secolo e del III millennio, Decennio internazionale di promozione di una cultura della nonviolenza e della pace a profitto dei bambini del mondo. Il programma d'azione dell'ONU per il decennio ha poi proposto otto campi d'azione nei quali è possibile lavorare per la promozione della cultura della Pace: 1) Rinforzare una cultura di pace attraverso l'educazione. 2) Promuovere lo sviluppo economico e sociale durevole. 3) Promuovere il rispetto di tutti i diritti dell'uomo 4) Assicurare l'uguaglianza tra le donne e gli uomini. 5) Favorire la partecipazione democratica. 6) Sviluppare la comprensione, la tolleranza e la solidarietà. 7) Sostenere la comunicazione partecipativa e la libera circolazione dell'informazione e delle conoscenze. 8) Promuovere la pace e la sicurezza internazionali. 

Il 13 settembre 1999 l'Assemblea generale dell'ONU ha approvato la risoluzione 53/243 adottando con essa la Dichiarazione per una cultura della pace. Non ho idea di quanti conoscano almeno per titoli questo programma dell’organismo, unico esistente, che raccoglie praticamente tutti i paesi del pianeta. Il concetto di cultura della pace era stato formulato al Congresso internazionale sulla pace in Costa d'Avorio nel 1989. Questa iniziativa era nata in un contesto internazionale influenzato dalla caduta del muro di Berlino e dalla conseguente scomparsa delle tensioni legate alla guerra fredda, immaginando la possibilità di aprire una nuova epoca di pace sul pianeta. Non sembra che sia andata così. 

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