Tre mesi all’ora X - capitolo 3


 Il caviale nero e rosso

“Preferisce il nero o il rosso?”

Una elegante cameriera al tavolo circolare posto in mezzo alla grande mensa del Centro di ricerca mi indica diversi vassoi in vetro che contengono piccole coppe riempite di palline traslucide nere o rosse. Accanto ci sono fette di pane bianco, tartine e piattini contenenti burro o panna, oppure patate e uova sode e spezzettate.  Il nostro accompagnatore ci ha spiegato che il caviale, cioè le uova di storione di solito provenienti dal Mar Baltico, è considerato uno degli alimenti più ricercati e preferiti nell’intera Russia. Tanto ricercato e tanto caro che andrebbe normalmente servito in piatti gelati ricoperti in oro con posate in madreperla e accompagnato da champagne o, nel modo più tradizionale e più popolare, da qualche spruzzo di vodka. Le uova comunque devono accuratamente evitare il contatto con piatti e stoviglie in metallo che ne turbano il delicato profumo e il gusto. Per ragioni comprensibili dovremo accontentarci delle uova scure in coppe di vetro, di stoviglie di plastica e di un buon spumante di origine italiana. Per la verità non mi risulta che esista invece un caviale rosso del Mar Baltico o del Caspio e più probabilmente si tratta di uova di salmone o di lompo. Il dilemma irrisolto mi lascia indifferente perché non amo per nulla qualunque tipo di pesce crudo né tantomeno le sue uova con quell’odore che mi ricorda un po’ le alghe andate in putrefazione dopo che sono spiaggiate sulle rive dell’Adriatico.  

Appena arrivati al Centro è venuto subito a salutarmi Andrej, il laureato quarantenne con il quale da mesi comunico via internet. Ogni settimana valutiamo insieme via mail dati e risultati del loro lavoro di ricerca nella parte di sviluppo dei processi biologici e chimici che il Centro svolge per noi e di cui io sono, solo sul piano tecnico, il referente al quale il loro gruppo di lavoro invia i risultati. Con il tempo siamo diventati quasi amici via etere e adesso incontrandoci ci salutiamo calorosamente. Con la scusa di parlare con lui riesco a schivare i piattini di palline rosse e nere offerti al tavolo senza dispiacermene e senza dovermi mostrare sgarbato rifiutandole. Andrej mi fa capire che quanto offerto a tavola rappresenta per loro un avvenimento fuori dalla consuetudine perché si tratta di un piatto costoso e prelibato, una occasione del tutto eccezionale. Un segno di rispetto per gli ospiti occidentali.
Il Centro, e forse la Russia intera, è in una situazione di grave crisi e il superamento del regime sovietico, già in corso ormai da quasi 10 anni, si presenta estremamente complicato. Il paese è in preda ad una guerra fra bande che si contendono il potere ed il controllo di tutto quello che resta a disposizione con il disfacimento del vecchio regime. La Russia sta diventando un paese che vuole imitare il capitalismo senza i suoi soldi e le sue risorse, sussurra Andrej in un inglese che stranamente riesco a comprendere bene. I nuovi padroni del paese sono in gran parte esponenti del vecchio regime che si sono rapidamente riciclati in alleanza con i nuovi imprenditori rampanti dell’ultima ora. Senza idee ma anche senza scrupoli nell’arraffare tutto quanto è possibile. Messo da parte Gorbaciov, falliti i tentativi di colpo di stato un po’ patetici contro i quali è invece emerso Eltsin come salvatore della patria, la nuova Russia assomiglia a quella vecchia, con dieci partiti invece di uno e con la corruzione e i gruppi mafiosi che hanno cambiato stile e metodi ma sono più liberi di muoversi di prima. Eltsin è stato, dopo i primi anni, una grande delusione per molti russi e girano voci insistenti che non sia più in grado di svolgere ancora per molto il suo ruolo di Presidente della repubblica. 

Andrej mi confessa che nel Centro il futuro di decine di ricercatori, anche di grande fama nel passato, è appeso a un filo, o meglio alle nostre commesse, dalla cui entità dipende il loro stipendio di fine mese.  Ancora di più per lui perché anche la giovane moglie lavora nel Centro dove si sono conosciuti. Fino ad oggi non hanno avuto il coraggio di abbandonare il paese per andare in Germania, spaventati anche dalla non conoscenza del tedesco e dal legame, che comunque resta forte, per il loro paese. Anche lui conosce bene la storia dell’Hotel dove alloggiamo. Mi svela che il costo di una notte per noi occidentali, che può anche arrivare a 400 dollari, è superiore al suo stipendio di base di un mese di lavoro. 

Quando gli racconto della piacevole sorpresa dei ragazzini che suonavano a Lubianka, Andrej si mette a raccontarmi la storia poco conosciuta della costruzione di quella stazione del metrò e quella ancor meno nota delle origini del nome. La stazione fu una delle prime costruite della Linea 1 - Sokol'ničeskaja, una delle prime grandi opere del regime sovietico a Mosca negli anni in cui molte capitali nel mondo avviavano la costruzione di linee sotterranee, all’epoca viste saggiamente come il futuro dei trasporti urbani in tutto il mondo. I lavori di scavo, avviati nel 1933, si presentarono ben presto problematici tanto da metter in dubbio l’esito del progetto. Gli ingegneri scoprirono ben presto che la stazione era in costruzione su uno strato di creta carbonifera ma si poggiava in realtà su uno strato inferiore di sabbie mobili del tutto instabili, probabilmente dovuto alla vicina presenza di un canale di acque sotterranee del vicino fiume Neglinnaja, che nella vecchia accezione di origine bulgara significava palude. Malgrado consistenti iniezioni di cemento e la rinuncia a costruire un grande piazzale sotterraneo della stazione secondo il progetto originario come avveniva in molte altre stazioni, le sabbie mobili ripresero il sopravvento e la stazione iniziò ad affondare. I progettisti ed il governo della capitale non si arresero di fronte alle difficoltà e con enormi sforzi del personale impegnato alla fine la base della stazione venne resa stabile. Incredibilmente nel 1935 la stazione originaria venne inaugurata. Lo sforzo degli eroici lavoratori sovietici rimase a futura memoria in una composizione scultorea nell'entrata della stazione in via Nikolskaja.

La stazione, che aveva originariamente un altro nome, assunse solo successivamente quello di Lubianka. In realtà il nome originario della piazza era quello di Dzeržinskij, il primo capo dei servizi segreti sovietici del periodo detto del terrore rosso.  La Lubjanka era invece il nome di un grande palazzo che esisteva già sulla piazza, costruito a fine Ottocento da una grande società di assicurazione all’epoca degli zar. Ma il palazzo Lubjanka divenne già nel 1918 la sede dei primi servizi segreti sovietici, la Čeka, che presero poi vari nomi fino a quello più noto di KGB, approdando infine all'FSB russo di oggi. L’edificio della Lubjanka mantiene così una fama sinistra, legata alle torture e ai crudeli interrogatori che si tennero al suo interno dal 1918 al 1956, come raccontato da Solženicyn in Arcipelago Gulag, che ebbero il loro culmine nell’ epoca stalinista. Nel corso delle Grandi Purghe gli uffici divennero via via più affollati per l'aumento degli operativi. C’è chi sostiene che vi passò, proveniente da Minsk, anche il giovane ventitrenne Vladimir Putin, attuale presidente del Consiglio dei ministri e ritenuto fra gli uomini più fidati di Eltsin. Fra gli abitanti di Mosca è molto frequente il modo di dire: “Il Palazzo della Lubjanka è il più alto di Mosca perché da lì si vede direttamente la Siberia”. In realtà il palazzo è largo e lungo e per nulla alto ma la battuta allude in realtà alle deportazioni probabili dei prigionieri politici. Prima di essere mandati nei campi d'internamento denominati gulag in Siberia, molti di loro in un primo tempo venivano rinchiusi nella Lubjanka. 

“E come stanno Valentina e Hope?” 

Andrej cambia argomento bruscamente perché quello in corso oltre che poco allegro di certo diventa anche un po’ troppo delicato e inoltre si è avvicinata a noi anche la moglie Irina. Della mia inconsueta famiglia conoscono entrambi i dati essenziali. Che Valentina da 30 anni vive in India dove insegna la lingua inglese in un villaggio sull’Oceano a sud di Bombay e dove insieme alla figlia Speranza, che sarebbe nostra figlia di fatto ma in realtà non lo è, collabora anche ad una specie di cooperativa con alcune donne indiane che hanno consolidato una attività di artigianato molto stimata fra contadini e pescatori della zona. Andrej e Irina sanno che due volte all’anno ci riuniamo insieme e che il loro arrivo per fine anno è imminente e tutte le volte è sempre una grande festa e c’è in me una grande attesa. So che Irina è molto colpita e stupita della mia singolare situazione familiare. Attraverso le mie comunicazioni con Andrej ne è perfettamente a conoscenza. Mi saluta calorosamente e ascolta con attenzione i miei aggiornamenti su una storia che evidentemente la incuriosisce. Da quanto capisco la situazione in Russia è talmente disastrosa che lei sembra particolarmente attratta, sebbene impaurita, dall’idea di cambiare paese e in qualche modo questa strana convivenza a distanza che io vivo da molti anni sembra darle una qualche assicurazione in più che tutto, anche ciò che sembra quasi impossibile, può essere fatto.

Spiego ad entrambi che la situazione in India negli ultimi anni è diventata particolarmente complicata. Dopo l’assassinio nel 1991 di Rajiv Gandhi, il figlio del Primo Ministro Indira Gandhi, anche lei uccisa qualche anno prima, un partito induista nazionalista di estrema destra, il Partito del Popolo, ha vinto ripetutamente le elezioni. Gli scontri fra le diverse etnie, induisti, musulmani, separatisti del Kashmir e sikh, sono aumentati nel paese. Numerose moschee sono state bruciate e le tensioni con il Pakistan ma anche con la comunità internazionale sono di molto aumentate quando il nuovo governo due anni fa ha avviato anche i primi lanci sperimentali di missili in grado di portare testate nucleari. Valentina come molti altri di origine europea aveva già lasciato il centro presso Goa dove viveva ma decidendo coraggiosamente di restare in India in un villaggio tranquillo sulla costa, mentre per alcuni anni Speranza è rimasta per gran parte dell’anno con me nell’ appartamento di mia zia fino a quando la stessa è rimasta in vita.

Stiamo chiacchierando da un po’, quasi fossimo vecchi amici anche se ci vediamo per la prima volta e il risultato è che la nostalgia di Valentina e Hope che non vedo da mesi è diventata più forte. Come anche la fame visto che non ho mangiato nulla. Ci precipitiamo sulle ultime tartine con burro e uova sode rimaste. Con sincero dispiacere il cameriere al tavolo mi informa che il caviale nero e quello rosso sono finiti. 
*
Vladimir Vladimirovič Putin si è laureato a 23 anni nel 1975 in Diritto Internazionale a Leningrado e nello stesso anno è entrato nel KGB, la principale agenzia di sicurezza, cioè la Polizia Segreta   dell'Unione Sovietica, in cui operò per 16 anni diventandone dirigente all’inizio degli anni ’90. In realtà dal 1985 per cinque anni operò presso la Stasi, l’omologa Agenzia nella Repubblica Democratica tedesca. Nel 1991, dopo il fallito colpo di stato dell’ala stalinista del regime, si dimise dall’Agenzia segreta iniziando la propria carriera politica presso il sindaco di San Pietroburgo. Dopo un anno la sua attività venne contestata per il favoreggiamento di imprenditori stranieri nella definizione dei prezzi per l’esportazione di materiali all’estero. Negli anni seguenti mantenne comunque l’incarico occupandosi di attività immobiliari in Germania in una società che però venne messa sotto inchiesta per riciclaggio di denaro sporco. Negli stessi anni Putin assunse incarichi di direzione in un giornale locale che sosteneva un partito cittadino di Pietroburgo che però perse le elezioni comunali. 

Nel 1997 Eltsin, all’epoca Presidente della Federazione Russa, lo chiamò a Mosca come responsabile del Personale Presidenziale. Nello stesso anno Putin conseguì il Master in economia, primo livello post-laurea, all'Istituto Minerario di San Pietroburgo. Negli anni successivi emerse che 16 delle 20 pagine della sua tesi erano letteralmente fotocopiate da un documento USA fra i tanti tradotti qualche anno prima dal KGB. Nel 1998 Eltsin lo nominò capo del FSB, il nuovo nome dei servizi segreti russi e l’anno dopo Putin fu nominato Primo Ministro della Federazione Russa ed esplicitamente indicato da Eltsin come suo auspicato successore. Non solo all’estero ma anche in gran parte del suo paese Vladimir Vladimirovič Putin era all’epoca ancora praticamente uno sconosciuto per la gran parte dei cittadini della Federazione.

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