In India il primo treno alimentato dai pannelli solari sul tetto



  di  Anna Tita Gallo * 

Viaggiare in treno in India diventerà più green. Qualche giorno fa la Indian Railways ha presentato il primo treno equipaggiato con pannelli solari, montati sul tetto dei vagoni. E’ accaduto simbolicamente a Delhi, metropoli tristemente nota per le condizioni di inquinamento in cui vivono gli abitanti.


Pannelli solari per dare energia al treno
Il treno è un 1600 HP DEMU, il primo di una serie di convogli a rappresentare una svolta green nel comparto del trasporto ferroviario indiano. I pannelli serviranno ad alimentare le luci, i display, i sistemi di ventilazione. L’obiettivo della Indian Railway è quello di procedere con l’installazione di pannelli solari su altri 24 treni nel giro dei prossimi 6 mesi. In passato erano generatori diesel a provvedere al fabbisogno di energia dei convogli, mentre il nuovo assetto include un regolatore di carica solare MPPT ed è stato progettato perché i treni possano essere alimentati anche durante le ore notturne. Un sistema che comprende una batteria 120 ah consentirà di immagazzinare l’energia in eccesso prodotta durante le ore più favorevoli della giornata.

Pare che non sia stato semplice installare i pannelli solari sul tetto delle carrozze: il managing director della Indian Railways Organization for Alternative Fuels (IROAF), che ha sviluppato il sistema fotovoltaico, ha infatti spiegato che il treno viaggia ad una velocità di 80 km orari e ha un ciclo di vita di circa 25 anni, di conseguenza la sfida è stata anche quella di garantire che i pannelli abbiano una durata altrettanto lunga e che non riportino danni dovuti agli spostamenti ad una tale velocità.

Il risparmio: energetico ma non solo
Secondo quanto annunciato dalla società, i pannelli riusciranno ad evitare la produzione di 9 mila kg di CO2 per treno ogni anno. 16 pannelli solari generano ognuno 300 W di energia e offrono un picco di capacità di 4.5 kW per ogni carrozza. Il sistema può generare circa 20 kWh di energia pulita. Secondo le aspettative, il risparmio sarà di circa 21 mila litri di gasolio all’anno.

L’impegno del governo indiano Il ministro indiano dei trasporti Shri Suresh Prabhakar Prabhu ha reso noto che le ferrovie hanno intenzione di mostrare il proprio impegno nella conservazione dell’ambiente proprio puntando sull’utilizzo di una quantità maggiore di energia pulita. Ma in una nota vengono elencate altre azioni concrete come l’utilizzo di bio-toilets, biocarburanti ed energia eolica.
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di Giorgia Marino  *

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In mezzo a un intrico di vie, qualcuna senza uscita, alle spalle della centralissima e super trafficata Sukhumvit, poco lontano da uno dei tanti giganteschi e avveniristici shopping mall della Città degli Angeli, proprio lì, incuneata in un angolo fra un condominio di svariati piani e un city resort, resiste, ancora, Turtle House. Ed è esattamente come la descrive Tiziano Terzani nelle pagine di Un indovino mi disse: «Un’oasi di vecchio Siam in mezzo all’orrore del cemento».

 * da www.ehabitat.it  , 10 luglio 2017    leggi

20° Festival di Cinemambiente a Torino

Torino
Il Festival CinemAmbiente si è concluso con la cerimonia di premiazione dei film vincitori.
Pur in assenza degli eventi di piazza in cartellone nell’edizione dello scorso anno, si registra un significativo aumento del pubblico che ha seguito le proiezioni e gli eventi “indoor” del Festival, affollando costantemente le sale del Cinema Massimo e delle altre sedi della manifestazione (anche in contemporanea con altri eventi di grande richiamo per la città di Torino).

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Yi-Jie è una ragazza di undici anni che lavora a fianco del padre in un impianto di riciclaggio, mentre sogna di frequentare la scuola

Wonder Woman, l’icona paci femminista



Cinema. Più di 100 milioni di incassi solo negli Usa, vince la sfida l’amazzone supereroe interpretata da Gal Gadot e diretta da Patty Jenkins




Più di 100 milioni di dollari dopo il primo week end nelle sale Usa, un’unanimità quasi totale (94% su Rotten Tomatoes) di recensioni positive, grandi applausi perché alla regia di un film su un supereroe donna c’è una donna, a cui tra l’altro è stato affidato il budget più alto mai concesso (150 milioni contro i 100 di Kathryn Bigelow per K 19) a una collega del suo gender; aiuta a tenere «alta» la storia persino la polemica legata all’iniziativa della catena di sale Alamo Drafthouse di organizzare proiezioni «per sole donne» (già nell’aria una causa per discriminazione).


In un meix un po’ sinistro di zeitgeist e di marketing, il successo di Wonder Woman, che aleggiava nell’aria già prima dell’uscita del film, è stato confermato dal suo trionfale arrivo in sala, il week end scorso. Il pubblico diviso più o meno al 50% tra uomini e donne, la nuova collaborazione tra Warner Bros. e DC Comics, di gran lunga la loro creazione più solare, sembra destinata a soddisfare l’ambizione dello studio di integrare maggiormente l’orbita dei supereroi da grande budget estivo e, secondo l’auspicio, incoraggiare la presenza femminile dietro alla macchina da presa anche nelle maggiori produzioni da studio.


Oltre al clima culturale, gran parte del merito grazie a cui Wonder Woman sembra aver riscattato la storica antipatia critica per l’action adventure monumentale, cupissimo e monotono di matrice DC comics – passato dalle mani di Cristopher Nolan, in quelle Zack Snyder- va alla star del film. È la trentaduenne Gal Gadot – ex Miss Israele, vista di sfuggita in Batman vs Superman, in Fast & Furious 6 e nelle pubblicità Gucci – che è dotata delle giusta combinazione di bellezza, forza fisica (due anni di servizio militare israeliano dove faceva l’istruttore di combattimento), humor e accattivante morbidezza pin up, da risultare un supereroe soddisfacente per i nostri tempi, e allo stesso tempo fedele al fumetto creato nel 1941 da William Moulton Marston, portato in tv da Lynda Carter tra il 1975 e il 1979, dopo che Gloria Steinem aveva trasformato l’amazzone di Marston in un’icona paci-femminista, dedicandole la cover del primo numero della rivista storica del movimento per le donne «Ms». Persino l’accento, straniero, gutturale, di Gadot è perfetto per il disegno del personaggio del film, un po’ pesce fuori d’acqua e un po’ naïve. La regista, Patty Jenkins, che ha al suo attivo Monster, il poco ispirato film sulla serial killer Aileen Wournos, che giovò un Oscar a Charlize Theron, e il notevole pilot della serie tv The Killing, ha detto infatti in molte interviste di essersi ispirata più che agli altri film tratti dai fumetti DC, ai primi 3 Superman, diretti, tra i 70 e 80, da Richard Donner e Richard Lester. Quel tono più leggero, condito di un certa innocenza nei confronti del genere (era l’alba del supereroe hollywoodiano), fa da antidoto alla componente wagneriana, decadente propria di Znyder, ed è tessuto nella sua stessa trama.


Wonder Woman è infatti una storia delle origini che, dopo un breve prologo ambientato al Louvre, si sposta a Themyscira, un’isola montagnosa sperduta in un oceano turchese, dove le amazzoni – create da Zeus per sconfiggere il dio della guerra, Aries – scorrazzano liberamente e imparano l’arte del combattimento e dell’acrobazia volante, comandate da Connie Nielsen perfetta, con la sua aria vichinga, e da Robin Wright che è il loro generale. Su uno sfondo piacevolmente tra Frank Farzetta e Amazzoni sulla luna di John Landis, la piccola Diana, figlia della regina, diventa la guerriera più feroce dell’isola. Lo strumento del suo destino fuori da quel paradiso (dove, Diana ha appreso che «gli uomini servono per fare i figli, ma per il piacere non sono necessari») arriva dal cielo, sotto forma di un pilota americano (Chris Pine) abbattuto dalle truppe del Kaiser. Convinta che Aries sia l’unico ostacolo alla vocazione altrimenti pacifista del genere umano, Diana riparte con il pilota alla volta del fronte della prima guerra mondiale, decisa a trovare il dio reietto e ad ucciderlo. Avvolta in un costume da cui è scomparso l’effetto bandiera a stelle e strisce dell’eroina di Marston e dell’incarnazione di Lynda Carter, il rosso e il blu smorzati da toni bronzei, Diana è lo stesso un personaggio un po’ jamesiano, naïve, nella Londra d’inizio novecento.


Lo shopping da Harrods, parte come quello di Audrey Hepburn in My Fair Lady, ma risulta solo in un severo abito di lana grigia sotto cui nascondere lo scudo, la spada e il lazo incantato che obbliga a dire la verità. Molto bella la sequenza in cui, schizzando fuori da una trincea, libera un paesino tedesco. Sola contro il fuoco nemico. Molto più prevedibile, la parte finale, con il duello condito della musica insopportabile dell’allievo di Zimmer Rupert Gregson-Williams. Adesso che ha capito che noi umani non siamo buoni per natura, speriamo che, per il capitolo 2, già previsto, oltre all’ingenuità, Diana non perda lo spirito.


* da il manifesto , 6 giugno 2017