Cultura: Egitto, il Cairo è una metropoli dai mille volti


di Federica Pistono*

Per l’alto numero di scrittori che l’hanno scelta come sfondo delle proprie opere, la capitale egiziana può definirsi una città-romanzo, una metropoli dai mille volti e dai mille ritratti, in bilico tra un passato ancora vivo e il presente contrastato che emerge nelle cronache di questi giorni.


Quando nel 1947 Nagib Mahfuz ambienta Vicolo del mortaio (Feltrinelli, 2000, trad. P. Branca) in un quartiere della città vecchia, quest’area diviene metafora della città intera. Con la descrizione di un piccolo universo chiuso la cui vita, intrisa dei segreti del passato, scorre quasi isolata da quella del mondo esterno, Mahfuz ci offre il nitido ritratto di un mosaico di amicizie, rivalità, gelosie, amori, che costituendo l’essenza di quel minuscolo angolo di mondo diviene paradigma della condizione umana, con le sue sofferenze e le sue speranze, con i suoi sogni e i suoi bruschi risvegli.
Ambientato negli anni della seconda guerra mondiale, il romanzo descrive la vita del Vicolo, che è stato “una meraviglia dei secoli passati e un tempo ha brillato come un astro fulgente nella storia del Cairo” mentre ora riposa sulle rovine, contemplando la propria decadenza. Quasi a sfidare la desolazione del presente, emergono i forti sentimenti, come l’amore del giovane Abbas per la bellissima Hamida, a sua volta consumata dalla febbre dell’ambizione, l’amicizia che lega Abbas a Kamil, venditore di basbusa, la tormentosa passione omosessuale che scuote lo spirito di Kirsha, proprietario del caffè più frequentato della zona, l’avidità di Zaita, un oscuro personaggio che sfrutta i mendicanti. Il Vicolo si presenta dunque come un universo compiuto, un microcosmo in cui è possibile leggere, in controluce, illusioni e delusioni della società egiziana degli anni Quaranta.

Nel 1969, Sonallah Ibrahim, con il romanzo Quell’odore (De Martinis, 1994, trad. T. Di Perna), ci offre un altro ritratto del Cairo, con la storia di un prigioniero politico che, dopo la scarcerazione, vaga in una città inquietante, immersa in un’atmosfera di violenza, spietatezza e conformismo. Dopo un controllo di polizia, il protagonista viene nuovamente arrestato e rinchiuso in una cella desolata, dalle pareti macchiate di sangue, per sprofondare in un incubo senza fine.

In anni più recenti, ʻAla al-Aswani, con Palazzo Yacoubian (Feltrinelli, 2006, trad. B. Longhi), attraverso la storia di un palazzo del quartiere “europeo”, racconta la vita della capitale dai tempi del nasserismo agli anni che precedono la rivoluzione del 2011. Con la descrizione della struttura urbana, l’autore trasmette al lettore la percezione di una realtà che si avvia al collasso politico e sociale. L’immagine del Cairo si trasforma: la città dal profilo tradizionale narrata da Mahfuz diviene ora metropoli globale, amministrata da politici corrotti, traviata dal malcostume e percorsa dai movimenti islamisti. Ciascuno dei personaggi che abitano il palazzo rappresenta una sfaccettatura dell’Egitto contemporaneo in cui la corruzione politica, la ricchezza di dubbia provenienza e l’ipocrisia religiosa si accompagnano all’arroganza dei potenti, in cui l’entusiasmo dei giovani si trasforma in fretta in un estremismo senza speranze.

I temi dello smarrimento dei giovani egiziani, della crudeltà dei servizi di sicurezza e della corruzione politica rappresentano motivi ricorrenti anche nei romanzi di Ahmed Mourad Vertigo e Polvere di diamante (Marsilio, 2012 e 2013, trad. B. Teresi). In queste opere, strutturate come romanzi noir, lo spazio urbano assume importanza fondamentale, i personaggi si muovono nelle atmosfere per lo più cupe e notturne di una megalopoli in cui i cittadini sono costretti a cercare verità scomode e a ricostruire un intricato universo di corruzione, giochi di potere, servilismo.

Un’immagine del tutto diversa della città emerge dal romanzo di Tareq Imam Le mani dell’assassino (Atmosphere Libri, 2016, trad. B. Benini), un’opera a sfondo gotico e surreale la cui protagonista è una capitale che si allontana dall’immagine consueta perché spettrale, piovosa, sovrastata da grattacieli popolati di fantasmi, solcata da strade affollate di storpi e prostitute. Il romanzo, che ha solo l’apparenza di un thriller, segue Salem, un assassino-filosofo-poeta, per le vie della città, permettendo al lettore di ascoltare dalla sua voce le motivazioni che suscitano in lui la pulsione omicida e di comprendere la solitudine e il male di vivere che accomunano vittime e carnefice.

Fra i tanti ritratti, inedito quello proposto da Ahmed Khaled Tawfiq nel romanzo distopico Utopia (Atmosphere Libri, 2019, trad. B. Benini): ambientato nel 2023, il testo ci prospetta una capitale divisa in due, con i ricchi arroccati in cittadelle fortificate e il resto della città tramutato in un’immensa bidonville in cui la popolazione cerca di sopravvivere in condizioni di assoluto degrado. Lo spazio urbano è raffigurato come un territorio ostile che non solo non protegge più i cittadini, ma diviene sede e fonte degli incubi più terrificanti.

* traduttrice ed esperta di letteratura araba – da il fattoquotidiano.it , 4 ottobre 2019


20 consigli Montessori per prevenire la rabbia e gestire i capricci


di Francesca Biagioli *

Come applicare il metodo Montessori per gestire la rabbia e prevenire i capricci.

La rabbia è un sentimento che inizia ad affiorare intorno ai 2 anni, quando i bambini si sentono di difendere in questo modo i loro desideri ed interessi di fronte ad un rifiuto che scaturisce generalmente nei cosiddetti capricci. Gestire la situazione a volte è difficile ecco perché sarebbe meglio sapere come prevenirla.

Soprattutto quando diciamo ai nostri figli di non fare qualcosa si possono generare in loro una serie di emozioni che non sanno gestire e che esplodono sotto forma di capricci. A volte si tratta di vere e proprie scenate che vorremmo tanto evitare e che forse potremmo imparare a prevenire seguendo alcuni consigli che nascono dal metodo di Maria Montessori.
L’idea alla base è quella di creare un ambiente adatto al bambino in cui lui si senta a suo agio e quindi eviti di trovarsi in quello stato che può farlo “esplodere” da un momento all'altro.

Ecco allora 20 consigli montessoriani per gestire la rabbia e prevenire i capricci:

Le polaroid di Wim Wenders


La fotografia è entrata presto nella vita di Wim Wenders e ancora lo accompagna sui set dei suoi film e in viaggio. 



A sei anni il padre gli regalò una Leica, ma tra gli anni sessanta e gli ottanta la Polaroid era il suo apparecchio preferito. La inserisce persino nel suo primo lungometraggio, Alice nelle città (1974), in cui il protagonista viaggia con una Polaroid Sx-70. Il modello non era stato ancora ufficialmente distribuito ma l’azienda statunitense decise di mandargli un prototipo in anteprima, e lui lo inserì nella storia. 


Per il regista tedesco la fotografia istantanea è stata un ulteriore mezzo di indagine per i suoi film ma non solo: le sue polaroid sono un diario di viaggio e un’occasione per sperimentare con le immagini. Nella mostra Wim Wenders. Instant stories sono raccolte circa 240 di queste foto, che viste nel loro insieme diventano una finestra speciale sull’autobiografia dell’autore. L’evento è organizzato e curato dalla fondazione C/O Berlin, e sarà aperto fino al 23 settembre. 


 da www.internazionale.it  - 16 luglio 2018