Turtle House, la memoria e il cemento



di Giorgia Marino  *

Arrivarci è una caccia al tesoro. Si cercano prima, per orientarsi, le tracce lasciate online dagli altri viaggiatori: un appunto su Tripadvisor, un’immagine o un ricordo su qualche blog dedicato alla Thailandia. Poi si consulta la cartina e ci si avventura nel traffico furioso di Bangkok


In mezzo a un intrico di vie, qualcuna senza uscita, alle spalle della centralissima e super trafficata Sukhumvit, poco lontano da uno dei tanti giganteschi e avveniristici shopping mall della Città degli Angeli, proprio lì, incuneata in un angolo fra un condominio di svariati piani e un city resort, resiste, ancora, Turtle House. Ed è esattamente come la descrive Tiziano Terzani nelle pagine di Un indovino mi disse: «Un’oasi di vecchio Siam in mezzo all’orrore del cemento».

 * da www.ehabitat.it  , 10 luglio 2017    leggi

20° Festival di Cinemambiente a Torino

Torino
Il Festival CinemAmbiente si è concluso con la cerimonia di premiazione dei film vincitori.
Pur in assenza degli eventi di piazza in cartellone nell’edizione dello scorso anno, si registra un significativo aumento del pubblico che ha seguito le proiezioni e gli eventi “indoor” del Festival, affollando costantemente le sale del Cinema Massimo e delle altre sedi della manifestazione (anche in contemporanea con altri eventi di grande richiamo per la città di Torino).

       Il premio al miglior documentario internazionale è andato a: 



Yi-Jie è una ragazza di undici anni che lavora a fianco del padre in un impianto di riciclaggio, mentre sogna di frequentare la scuola

Wonder Woman, l’icona paci femminista



Cinema. Più di 100 milioni di incassi solo negli Usa, vince la sfida l’amazzone supereroe interpretata da Gal Gadot e diretta da Patty Jenkins




Più di 100 milioni di dollari dopo il primo week end nelle sale Usa, un’unanimità quasi totale (94% su Rotten Tomatoes) di recensioni positive, grandi applausi perché alla regia di un film su un supereroe donna c’è una donna, a cui tra l’altro è stato affidato il budget più alto mai concesso (150 milioni contro i 100 di Kathryn Bigelow per K 19) a una collega del suo gender; aiuta a tenere «alta» la storia persino la polemica legata all’iniziativa della catena di sale Alamo Drafthouse di organizzare proiezioni «per sole donne» (già nell’aria una causa per discriminazione).


In un meix un po’ sinistro di zeitgeist e di marketing, il successo di Wonder Woman, che aleggiava nell’aria già prima dell’uscita del film, è stato confermato dal suo trionfale arrivo in sala, il week end scorso. Il pubblico diviso più o meno al 50% tra uomini e donne, la nuova collaborazione tra Warner Bros. e DC Comics, di gran lunga la loro creazione più solare, sembra destinata a soddisfare l’ambizione dello studio di integrare maggiormente l’orbita dei supereroi da grande budget estivo e, secondo l’auspicio, incoraggiare la presenza femminile dietro alla macchina da presa anche nelle maggiori produzioni da studio.


Oltre al clima culturale, gran parte del merito grazie a cui Wonder Woman sembra aver riscattato la storica antipatia critica per l’action adventure monumentale, cupissimo e monotono di matrice DC comics – passato dalle mani di Cristopher Nolan, in quelle Zack Snyder- va alla star del film. È la trentaduenne Gal Gadot – ex Miss Israele, vista di sfuggita in Batman vs Superman, in Fast & Furious 6 e nelle pubblicità Gucci – che è dotata delle giusta combinazione di bellezza, forza fisica (due anni di servizio militare israeliano dove faceva l’istruttore di combattimento), humor e accattivante morbidezza pin up, da risultare un supereroe soddisfacente per i nostri tempi, e allo stesso tempo fedele al fumetto creato nel 1941 da William Moulton Marston, portato in tv da Lynda Carter tra il 1975 e il 1979, dopo che Gloria Steinem aveva trasformato l’amazzone di Marston in un’icona paci-femminista, dedicandole la cover del primo numero della rivista storica del movimento per le donne «Ms». Persino l’accento, straniero, gutturale, di Gadot è perfetto per il disegno del personaggio del film, un po’ pesce fuori d’acqua e un po’ naïve. La regista, Patty Jenkins, che ha al suo attivo Monster, il poco ispirato film sulla serial killer Aileen Wournos, che giovò un Oscar a Charlize Theron, e il notevole pilot della serie tv The Killing, ha detto infatti in molte interviste di essersi ispirata più che agli altri film tratti dai fumetti DC, ai primi 3 Superman, diretti, tra i 70 e 80, da Richard Donner e Richard Lester. Quel tono più leggero, condito di un certa innocenza nei confronti del genere (era l’alba del supereroe hollywoodiano), fa da antidoto alla componente wagneriana, decadente propria di Znyder, ed è tessuto nella sua stessa trama.


Wonder Woman è infatti una storia delle origini che, dopo un breve prologo ambientato al Louvre, si sposta a Themyscira, un’isola montagnosa sperduta in un oceano turchese, dove le amazzoni – create da Zeus per sconfiggere il dio della guerra, Aries – scorrazzano liberamente e imparano l’arte del combattimento e dell’acrobazia volante, comandate da Connie Nielsen perfetta, con la sua aria vichinga, e da Robin Wright che è il loro generale. Su uno sfondo piacevolmente tra Frank Farzetta e Amazzoni sulla luna di John Landis, la piccola Diana, figlia della regina, diventa la guerriera più feroce dell’isola. Lo strumento del suo destino fuori da quel paradiso (dove, Diana ha appreso che «gli uomini servono per fare i figli, ma per il piacere non sono necessari») arriva dal cielo, sotto forma di un pilota americano (Chris Pine) abbattuto dalle truppe del Kaiser. Convinta che Aries sia l’unico ostacolo alla vocazione altrimenti pacifista del genere umano, Diana riparte con il pilota alla volta del fronte della prima guerra mondiale, decisa a trovare il dio reietto e ad ucciderlo. Avvolta in un costume da cui è scomparso l’effetto bandiera a stelle e strisce dell’eroina di Marston e dell’incarnazione di Lynda Carter, il rosso e il blu smorzati da toni bronzei, Diana è lo stesso un personaggio un po’ jamesiano, naïve, nella Londra d’inizio novecento.


Lo shopping da Harrods, parte come quello di Audrey Hepburn in My Fair Lady, ma risulta solo in un severo abito di lana grigia sotto cui nascondere lo scudo, la spada e il lazo incantato che obbliga a dire la verità. Molto bella la sequenza in cui, schizzando fuori da una trincea, libera un paesino tedesco. Sola contro il fuoco nemico. Molto più prevedibile, la parte finale, con il duello condito della musica insopportabile dell’allievo di Zimmer Rupert Gregson-Williams. Adesso che ha capito che noi umani non siamo buoni per natura, speriamo che, per il capitolo 2, già previsto, oltre all’ingenuità, Diana non perda lo spirito.


* da il manifesto , 6 giugno 2017

Berlino, riapre la Badeschiff, la piscina immersa nella Sprea



La riapertura della famosa piscina immersa nella Sprea è prevista per il 29 aprile 2017 e sarà possibile godersela fino a settembre.


Salvo alcuni temerari, nessuno oserà ancora farci il bagno, date le temperature berlinesi tutt’altro che estive, ma nelle giornate soleggiate ci si potrà godere il sole sdraiati sulla spiaggia artificiale o sul pontile, approfittando anche della ricca offerta di cibi e bevande del bar. La stagione inizierà ufficialmente nel mese di maggio.



Il progetto dell’Arena Badeschiff
L’ambiente dellArena Badeschiff è composto da una spiaggetta artificiale collegata alla piscina galleggiante nel fiume di Berlino tramite un pontile in legno. La Badeschiff, che significa letteralmente “nave da bagno”, è ricavata infatti da una vecchia nave da carico. D’inverno la piscina (32,5 m di lunghezza per 8,2 di larghezza, con 2,05 m di profondità) viene coperta da un telone, mentre d’estate è teatro di concerti e party con musica elettronica. Si paga il biglietto d’ingresso e ci si accomoda dove si preferisce (o meglio, dove si trova posto): sulla sabbia, sulle sdraio, sul pontile, sotto gli ombrelloni. Un bar garantisce il necessario ristoro, Wurst compresi, dato che è vietato introdurre cibi o bevande dall’esterno, come in molti locali tedeschi.


Tariffe della Badeschiff
L’ingresso singolo costa 5,50 €, ma sono previste riduzioni per bambini, studenti e disabili. Per chi non ha voglia di fare il biglietto di volta in volta, anche quest’anno ci sarà la possibilità di acquistare un pass a 105,00 € che garantisce l’ingresso da maggio a settembre oppure assicurarsi 10 ingressi a 45 €.

Badeschiff Eröffnung   14 aprile 2017
da sabato 29 aprile alle 12 a domenica 30 alle 15- Eichenstrasse 4 – Treptow – Berlino
Biglietti: Adulti: 5,50 €;   Evento di inaugurazione della stagione 2017